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Rigenerazione urbana e offerta culturale: una riflessione sul terzo Forum on line!

Articolo a cura di Valentina Mandalari

Si è recentemente concluso il forum on line dedicato al potenziamento dell’offerta culturale. Uno spazio di confronto su una serie di questioni aperte circa i processi di assegnazione, temporaneità, economia e forme di gestione degli spazi per la cultura: sulle condizioni, cioè, che rendono possibile l’attecchimento di iniziative culturali in grado di radicarsi, crescere, auto-sostenersi e contribuire allo sviluppo del territorio in cui si insediano.

Ma perché dibattere di un tema simile, a Palermo? Perché focalizzarsi sulle modalità di assegnazione e gestione degli spazi di proprietà pubblica e sull’impatto rigenerativo dell’impresa culturale?

La prima, elementare risposta, è che l’individuazione di una sede adeguata è precondizione essenziale per qualsiasi iniziativa culturale che voglia rivolgersi con continuità ad un dato contesto.

In secondo luogo, la questione tira in ballo una serie di problematiche di natura amministrativa, politica ed economica. Una su tutte, il fatto che Palermo pulluli di beni immobili in stato di abbandono o di sottoutilizzo. E che, spesso, di questi spazi non si sa che farne. Col doppio risultato di lasciarli in uno stato di progressivo ed esponenziale degrado, vuoti a perdere impossibili da recuperare con le sole finanze pubbliche, da una parte; e dall’altra di ritrovarsi con una pletora di associazioni nomadi, start-up, comitati e gruppi informali in cerca di un luogo appropriato per mettere giù valigie e scatoloni e mettersi al lavoro.

Quella appena descritta è una situazione non solo palermitana, ma in generale geneticamente italiana: uno stato di impasse che vede pubbliche amministrazioni con poche risorse e patrimoni ingenti e difficilmente gestibili, in contrapposizione a nuovi bisogni che stentano a trovare una risposta adeguata. Una situazione in cui si insinua, nelle parole di Maurizio Cilli, “l’iniziativa indipendente di operatori culturali, associazioni, curatori e piccoli raggruppamenti di ricercatori. Iniziative che (salvo rari casi) si costituiscono occasionalmente, grazie alle opportunità offerte dai numerosi bandi di rigenerazione urbana promossi, negli ultimi anni, dalle fondazioni bancarie su tutto il territorio nazionale”.

Una caratteristica ricorrente in tutte le pratiche di rigenerazione urbana su base culturale che fioriscono ormai ovunque in Italia è, infatti, la precarietà. Perché dipendono da bandi e finanziamenti accordati una tantum, e dunque si barcamenano tra contributi liberi e spese di gestione spesso insostenibili. È uno scenario a cui la legislazione italiana e i modelli di pianificazione e programmazione vigenti tardano a trovare risposta, demandando, di fatto, al soggetto privato il sostegno alle iniziative culturali indipendenti. E le stesse iniziative incappano peraltro, nella maggior parte dei casi, nel consueto “non si può fare” da parte delle amministrazioni.

Quale soluzione, dunque?

Una risposta univoca ed universalmente valida, al momento, sembra non esserci. Ma si va costruendo caso per caso, attraverso pratiche pioniere che ovunque, da Nord a Sud, trovano nuovi modelli di relazione con le istituzioni. Ibridando, dice Ilda Curti, “pubblico e privato, civismo e politiche pubbliche”.

Altra cifra distintiva di questa nuova categoria enciclopedica è proprio quella della ricerca di modelli di governance complessi, di una formula gestionale capace di superare le tradizionali dicotomie pubblico/privato, profit/no-profit, lavoro retribuito/volontariato. Si tratta di realtà capaci di attivare forme di progettualità e di inclusione sociale che la tradizionale prassi amministrativa non immagina o, se non altro, non contempla. Con la conseguente creazione di spazi collaborativi capaci di sopperire all’assenza di servizi di welfare, soprattutto in contesti marginali e periferici, e di introdurre, esperimento dopo esperimento, significativi elementi di innovazione nelle politiche urbane.
Basti pensare alla rete delle Case del Quartiere a Torino, germogliate in una serie di spazi dismessi, perlopiù di proprietà comunale, riqualificati con la partecipazione di attori pubblici e privati, di soggetti appartenenti al terzo settore e di comuni cittadini. Nulla di più distante dalle consuetudini amministrative e dalla tradizionale pianificazione urbanistica.

Sono esperienze basate su processi relazionali, che rispondono allo specifico milieu in cui si innestano, più che a parametri fisici, spaziali e quantitativi da masterplan tradizionale: trasformazioni a cemento zero che giovano a tutti e che, osserva ancora Ilda Curti, finiscono anche per ricucire la distanza tra Stato e Cittadini. Perché, se è vero che l’accesso alle risorse sta sostituendo il possesso, l’apertura di “spazi di tutti, ma sede esclusiva di nessuno” – così recita il manifesto delle Case del Quartiere – è un’operazione intrinsecamente democratica. E, d’altra parte, la diretta attivazione dei cittadini è il primo passo verso un esercizio consapevole del proprio diritto alla città. Proprio sull’enorme potenzialità insita nei processi di cura e attivazione spontanea del semplice cittadino punta, inoltre, il Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni urbani elaborato da Labsus ed adottato, negli ultimi anni, in svariate città italiane. Un regolamento che, finora, è quasi sempre stato utilizzato per rinverdire le città grazie ad iniziative di cura condivisa. Ma che, magari, nella versione palermitana, attualmente in gestazione, potrebbe anche rispondere alle problematiche qui esaminate, introducendo forme di contrattazione basate più sul valore aggiunto che su fattori meramente economici.

Articolo a cura di Valentina Mandalari

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